I soldi non ci sono. No, ci sono ma non sono mai stati spesi. No, peggio ancora: ci sono ma sono arrivati così in ritardo che non bastano più per sistemare i danni del maltempo. Il caos finanziario sul caso di Niscemi è da manuale e, in sostanza, racconta quello che accade in tutta Italia nella gestione del dissesto idrogeologico. Si sa da sempre che bisogna investire nelle opere per evitare alluvioni e frane, per sistemare i letti dei fiumi e per mettere in sicurezza campi e case. Ma non si fa mai "a priori". Sempre dopo il disastro, quando si piangono morti ed economia a pezzi. E quando i costi sono quattro volte tanto.
Se ne è resa conto anche l'Ance nel suo rapporto. Nel 2026 in soli 3 mesi sono stati previsti oltre 1,2 milirdi per affrontare le emergenze post-alluvione nel Centro-Sud: non solo la frana di Niscemi ma anche i danni del Molise e del ciclone Harry. Una cifra enorme, che (in pochi mesi) supera i 933 milioni stanziati con la legge di bilancio per affrontare le emergenze in tutto il 2026.
"Per riparare i danni degli eventi calamitosi spendiamo sempre di piu, sacrificando investimenti e prevenzione. Negli ultimi 15 anni la spesa per i danni da dissesto idrogeologico e piu che triplicata passando da una media di un miliardo l'anno a 3,3 miliardi l'anno, secondo il Rapporto Ance-Cresme. Aggiungendo i costi per danni di terremoti, incendi, mareggiate e siccita si arriva a 12 miliardi l'anno, secondo l'analisi condotta da Erasmo d'Angelis e Mauro Grassi nel volume Fuori dalle emergenze.
Che sia chiaro: i costi che lievitano non sono sinonimo di catastrofismo ambientale e cambiamento climatico devastante. Sì, vero, piove di più ma il problema è che quella pioggia trova terreni inadeguati su cui cadere, fiumi non preparati, campi senza difese. Le cifre lievitano perché non si è fatto nulla prima. I Geologi italiani lo dicono da sempre: dopo ogni emergenza meteo, fanno circolare la mappa dell'emergenza del dissesto idrogeologico, cioè delle zone a rischio in cui sarebbero necessario infrastrutture moderne. E in quella mappa i tre quarti della penisola sono segnati in rosso.
"L'Italia è un Paese fragile perché è un Paese giovane. Sono anni che lo diciamo: ci vuole un grande Piano strutturale per l'Italia" sostiene anche la presidente dell'Ance Federica Brancaccio in occasione dell'evento "Un piano per l'Italia", a Roma nella sede dei costruttori.L'Ance propone un'azione composta da cinque proposte, dalla governance alle risorse, per la cura dei territori e delle città. "Non possiamo più intervenire a catastrofe avvenuta - aggiunge Btancaccio - non solo perché costa di più ma anche perché il costo della perdita di territorio, di abitazioni, di memoria dei luoghi è un costo non stimabile".