In cosa consiste il ragionevole dubbio su Garlasco? Ne ha parlato il magistrato Stefano Vitelli - che al tempo ha assolto l’unico imputato in corte d’appello - in tv. La storia giudiziaria del delitto di Garlasco è nota: Alberto Stasi venne assolto dalle accuse di omicidio nel 2009 e nel 2011, ovvero in primo e secondo grado. Nel 2013 la Corte di Cassazione annullò l’assoluzione con rinvio, al fine di giungere a un risultato “contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza”, e l’anno dopo Stasi fu condannato in appello bis. Ma durante il ritorno alla Suprema Corte nel 2015, il pg chiese ancora una volta l’assoluzione, tuttavia gli Ermellini si espressero per la condanna a 16 anni, condanna che Stasi.
Vitelli è intervenuto nella trasmissione “Ore 14 Sera”, annunciando l’uscita del suo libro con Giuseppe Legato dal titolo “Il ragionevole dubbio di Garlasco - Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia” (durante la diretta l’uscita è annunciata per il 5 febbraio, ma su Amazon viene riportata la data del 3 febbraio”.
Per Vitelli, l’omicidio di Chiara Poggi avvenuto il 13 agosto 2007 e i processi che ne sono seguiti rappresentano “un caso paradigmatico di ragionevole dubbio, di obiettiva incertezza”, non solo per via dell’esito ma perché “il dubbio deve alimentare la ricerca nel corso della verifica del processo, di ogni indizio senza fermarsi alla prima impressione o intuizione”. Il magistrato crede che sia un caso di studio che andrebbe analizzato non solo dagli addetti ai lavori, ma anche nelle scuole superiori.
Nel corso dell’intervento di Vitelli, si è parlato della telefonata al 118 effettuata da Stasi intorno alle 13.50 il giorno dell’omicidio, una telefonata in cui si sente il condannato dire ai soccorritori: “Credo che abbiano ucciso una persona, non ne sono sicuro. Forse è viva”. Questa telefonata divide profondamente da sempre innocentisti e colpevolisti: c’è chi pensa che Stasi fosse nel panico, chi invece ci ravvisa un indizio di colpevolezza.
“La telefonata al 118 al limite costituisce un sospetto, perché non conosciamo l’animo di Alberto Stasi. A me ha dato l’impressione di una certa freddezza, di un certo distacco. Nel libro racconto un episodio particolare: mi è venuto in mente di far sentire quella telefonata a un vecchio amico del liceo, dotato di una grandissima intelligenza emotiva e che non guardava la tv”, ha spiegato Vitelli. L’amico del magistrato ci avrebbe ravvisato “ansia e paura, non freddezza”.
Vitelli ha raccontato questo aneddoto per sottolineare come le interpretazioni dal punto di vista psicologico, soprattutto su un sospetto, possono non essere univoche: “Rimane il sospetto ed era giusto indagare su Alberto Stasi, anche per quella telefonata. Se si fosse scoperto l’alibi informatico molto avrebbe compensato quel sospetto iniziale”. In altre parole, le indagini su Stasi avrebbero potuto essere solo un atto dovuto - dato che era il fidanzato della vittima - ma gli orari in cui il giovane ha lavorato al computer rendono difficoltoso collocarlo sulla scena del crimine, se solo fossero emersi prima.