Chat con persone estranee al processo, dossier confezionati su misura per "salvare" il vero responsabile delle decisioni, anche grazie a una serie di norme (segrete) cambiate in corsa su intercettazioni e segreto istruttorio pur di ottenere la condanna di monsignor Angelo Becciu dal tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone. Sono passate le 20 quando è chiaro a tutti che la Cassazione del Vaticano si è presa - un po' a sorpresa - qualche giorno in più per decidere se ricusare il Promotore di Giustizia vaticana Alessandro Diddi ed escluderlo dal processo di appello per il processo sulla compravendita di un palazzo a Sloane Avenue a Londra in cui è stato condannato Becciu. Una vicenda che ha segnato il pontificato di Bergoglio e ha condizionato il Conclave che ha eletto Leone XIV.
Secondo i legali del monsignore sardo, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, Diddi non può nuovamente rappresentare l'accusa contro Becciu (come prevederebbe il diritto canonico) dopo le rivelazioni contenute in oltre 3mila pagine di chat tra lo stesso Promotore di giustizia, due gendarmi che avrebbero partecipato alle indagini, l'ex analista del Dis Genevieve Ciferri, amica del principale testimone d'accusa monsignor Alberto Perlasca (ex collaboratore di Becciu e colui che avrebbe pianificato l'affare londinese) e la "Papessa" Francesca Chaouqui, nemica storica del cardinale autoesclusosi dal Conclave dopo il caso Vatileaks. Dalla lettura di queste conversazioni - secretate e tenute nascoste alle difese - emerge chiaramente che la stessa testimonianza di Perlasca e molte delle accuse a Becciu (mai pienamente dimostrate nella sentenza di condanna per peculato a 5 anni e sei mesi) sarebbe state concertate e che le due donne erano in possesso di informazioni riservate che solo gli inquirenti potevano conoscere, tanto che agli occhi di numerosi osservatori come l'esperta di Diritto canonico Geraldina Boni, il processo a Becciu sarebbe stato tutt'altro che "giusto".
Una decisione difficile, quella che spetta ai cardinali Kevin Farrel (presidente della collegio), Matteo Zuppi e Angel Artime, con le due giudici applicate Chiara Minelli e Patrizia Piccialli. Lo stesso Papa Prevost, a differenza del predecessore, ha già detto di non voler interferire con la decisione ("è compito dei giudici d'appello e degli avvocati della difesa", aveva precisato questa estate). Non aiutano neanche le ombre su Pignatone, accusato di aver favorito la mafia. Se Diddi venisse ricusato sarebbe l'ennesimo affondo contro un processo che, anziché restituire l'immagine di un Vaticano trasparente, ne ha ulteriormente affossato la credibilità.