Fino a 6.500 euro per il visto da India e Bangladesh: era questa la tariffa richiesta agli immigrati per arrivare in Italia. I carabinieri di Taranto hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 30 persone residenti nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina, attualmente accusati a vario titolo di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.
Secondo gli inquirenti, il gruppo ha sfruttato il sistema del Decreto flussi per agevolare l'ingresso irregolare in Italia di centinaia di cittadini extracomunitari, prevalentemente provenienti da Pakistan, Bangladesh e India, attraverso false richieste di lavoro presentate sul portale Ali del ministero dell'Interno. Tutte le pratiche sarebbero poi state gestite da un Caf di Taranto con il coinvolgimento di intermediari e imprenditori compiacenti. Il portale Ali è la piattaforma telematica del Ministero dell’Interno, che viene usata per presentare online le domande di nulla osta al lavoro previste dal Decreto flussi. È il canale ufficiale attraverso cui datore di lavoro o intermediari abilitati caricano e inviano le pratiche allo Sportello unico per l’immigrazione ed è lì che vengono inserite le domande durante la fase di precompilazione per il Decreto flussi. Domande che vengono poi inviate nei click day, con accesso tramite Spid e con orari di operatività stabiliti dal Ministero.
L'indagine, originata da un episodio inizialmente estraneo ai fatti, ha fatto emergere un'organizzazione che sarebbe stata radicata a Taranto ma operativa anche nelle province di Foggia, Matera, Campobasso, Latina e Ragusa. Anni fa, nel 2004, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presentato un esposto alla procura nazionale antimafia e antiterrorismo per segnalare presunte irregolarità che erano emerse dai sistemi e diverse indagini da quel momento hanno fatto emergere i presunti sistemi approntati per aggirare le regole. Secondo la ricostruzione accusatoria di questo caso, dei 6.500 euro previsti, 5.000 euro sarebbero stati destinati al datore di lavoro compiacente, 1.000 ai promotori e 500 ad altre figure intermediarie. I promotori avrebbero gestito le procedure e fornito indicazioni agli intermediari mediante chat protette da sistemi di crittografia “end to end”, utilizzando un linguaggio in codice per evitare che potesse essere facilmente intercettato dagli investigatori.
Il meccanismo utilizzato in questa movimentazione fraudolenta non è nuovo nel sistema italiano: si presentano online domande di lavoro con datori compiacenti, aziende fantasma o dati falsi, così da far risultare “necessario” l’ingresso dello straniero nell’ambito del Decreto flussi, costruendo un presupposto formale per un ingresso regolare, che poi si traduce in permanenza irregolare dello stesso sul territorio, perché non subordinato a una effettiva assunzione. Il Decreto flussi è pensato per regolare gli ingressi dall’estero in base a numeri, settori e disponibilità dichiarate dal sistema produttivo, ma quando invece il datore di lavoro è solo di facciata, l’istanza perde la sua natura originaria e diventa uno strumento di elusione. L’ingresso viene così ottenuto non sulla base di un’effettiva necessità lavorativa, ma di una costruzione artificiale della necessità stessa che crea nuovi irregolari.