Dalla Cina alla maxi-parcella. Anatomia dello scandalo grillino

Scritto il 30/01/2026
da Felice Manti

I dispositivi farlocchi hanno generato 200 milioni di provvigioni finite a personaggi vicini a Conte. La denuncia dell’ex funzionario delle Dogane da cui è partito tutto

Ti conosco, mascherina! Anzi, no. Il sospetto che la magistratura abbia «risparmiato» chi ha fatto affari con la pandemia scuote il Parlamento di buon mattino, con Alice Buonguerrieri di Fratelli d'Italia che chiede al ministro della Giustizia Carlo Nordio di spiegare perché alcune inchieste sugli acquisti di mascherine e dispositivi di protezione individuali siano andare avanti con condanne «eccellenti» e altre si siano incartate o siano finite in un nulla, come quella per «traffico di influenze» che ha sfiorato due legali dello studio di Guido Alpa (il mentore dell'ex premier Giuseppe Conte, oggi deceduto) Guido Esposito e Luca Di Donna. C'è un imprenditore che ammette di aver ricevuto da loro una strana proposta: gonfiare di 0,08 euro il prezzo delle mascherine e «girare» loro questi compensi come forma di tangente in cambio di un affare che poi non si fece. Per la Procura di Roma è tutto ok, per i parlamentari Fdi in commissione Covid c'è qualcosa che non quadra.

Perché a fronte di mascherine certificate offerte alla struttura commissariale e ingiustamente scartate (l'imprenditore Dario Bianchi di Jc electronics è stato risarcito con 200 milioni di euro per i mancati introiti) ne sono arrivate milioni con marchio Ce contraffatto e certificazioni false, inutili se non dannose. Un affare da 1,215 miliardi - parliamo di quattro volte la maxitangente Enimont da cui partì Mani Pulite - con mediatori vicini alla sinistra di governo come l'ex giornalista Rai Mario Benotti (oggi deceduto) che si sono portati a casa 200 milioni di provvigioni. Ci sono mascherine distribuite (e poi ritirate) in ospedali e farmacie con «capacità filtranti anche dieci volte inferiori» agli standard, come quelle acquistate dal commissario all'Emergenza Domenico Arcuri e poi sequestrate dalla Gdf a Gorizia nel 2021. Eppure erano state validate come efficaci. Come è stato possibile?

Lo ha spiegato il 18 febbraio scorso in commissione Covid l'ex funzionario delle Dogane Miguel Martina, che per aver intercettato questo traffico illecito e aver suggerito una lista di produttori cinesi affidabili mentre lavorava al fianco di una Procura e dei Nas è stato «sterilizzato» e messo da parte perché si era opposto «alle merde finite ai medici». Tutto ruota intorno all'interpretazione di due articoli della norma del governo Conte, gli articoli 15 e 16 del decreto Cura Italia del 17 marzo 2020: «Sono autorizzate le mascherine filtranti prive del marchio CE e prodotte in deroga alle vigenti norme» e «possono essere validate se Ffp2 o Ffp3 dall'Inail, se sono un dispositivo medico dall'Iss». Ma questa deroga riguardava la procedura e la tempistica, non certo gli standard di qualità e sicurezza. Oggi sappiamo che mascherine validate da Iss e Inail sulla base di autocertificazioni false sono finite ovunque. Come il Giornale sostiene sin da 2021 siamo andati in guerra indossando giubbotti antiproiettile fatti di cartone. Delle indagini sulla pandemia e delle audizioni in commissione Covid si sono occupati anche Libero, La Verità e il Tempo che il grillino Riccardo Ricciardi definisce «giornali al servizio della maggioranza» a cui «togliere i finanziamenti pubblici». Insomma, M5s vorrebbe imbavagliarci perché inseguiamo una scomoda verità snobbata dai giornaloni (e da Report, che pure se ne era occupata) perché riguarda il centrosinistra. Neanche fossimo nel Venezuela tanto caro ai Cinque stelle.

Eppure la magistratura non sembra intenzionata a indagare fino in fondo. Perché la Capitale, che ha anche preteso la giurisdizione su alcuni procedimenti, non è riuscita a scoprire chi c'era dietro questi affari? Ci sono stati errori procedurali, capi d'imputazione sbagliati o c'è qualcos'altro? C'è una vicenda che meriterebbe un capitolo a parte. Prima di essere messo da parte Martina ha avvisato con un lunghissimo whatsapp l'allora ministro dei Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro del rischio di importare mascherine farlocche, il quale ha detto di aver tenuto Conte all'oscuro per non intralciare le indagini che poi sarebbero nate. Una versione che non convince. Sappiamo anche che all'incontro sulla «cresta» sul prezzo delle mascherine allo studio Alpa c'erano almeno due importanti figure della nostra intelligence, a loro volta presenti anche a un incontro con i vertici dell'esecutivo Pd-M5s del 3 maggio 2020 proprio sulle mascherine. Circostanza che getta una luce sinistra anche su una frase: «Le mascherine sono un affare di Stato che stritola tutti». È ciò che avrebbe detto il suo superiore a Martina (risarcito dal tribunale del Lavoro di Roma per il mobbing subito) prima di suggerirgli di andare in smart working. C'è un audio depositato a Roma in un'inchiesta per epidemia colposa depositata lo scorso agosto ma di cui non si sa nulla. Perché? Certo, la guerra di carte bollate tra Martina e l'ex direttore generale delle Dogane Marcello Minenna - ieri audito in commissione Covid - è destinata a intasare i tribunali della Capitale ma non solo. Lo stesso ex dirigente delle Dogane, amico di Beppe Grillo e Carla Ruocco, jolly M5s come assessore di Virginia Raggi e in Consob e oggi vicino a Forza Italia, ha sostanzialmente sostenuto davanti ai commissari Covid che la deroga del governo riguardasse anche i reati sottostanti (frode in commercio, contraffazione eccetera): «Anche alcune mascherine certificate dall'Inail erano difettose», ha aggiunto quasi a discolparsi. Ma se così fosse il governo dovrebbe rispondere di tutti i reati sottostanti, compresa l'epidemia colposa, in un Paese considerato dalla Ue il cluster del Vecchio Continente, con una mortalità altissima nonostante due lockdown e l'obbligo vaccinale. Sappiamo che le indagini aperte dalla Procura di Bergamo guidata da Antonio Chiappani per la mancata applicazione del Piano pandemico, non aggiornato ma ugualmente valido, si sono arenate al Tribunale dei ministri di Brescia che ha archiviato la posizione del leader grillino e del ministro della Salute Roberto Speranza, legato a Massimo D'Alema come Arcuri. Oggi che l'epidemia colposa (anche in forma omissiva) è stata sdoganata dalla Cassazione ed è rispuntata in un'indagine aperta a Roma, le dichiarazioni di Minenna in commissione Covid suonano come un epitaffio sull'ex premier. Davvero la sinistra ha lucrato sulla pandemia? Cosa ne pensa Conte, che ha avuto la delega sui Servizi segreti fino all'ultimo giorno del suo esecutivo? Quali erano i veri rapporti con la Cina, a cui regalammo mascherine mentre nella Bergamasca si moriva senza protezioni?