Spaghetti alle benzodiazepine: così la finta chef narcotizzava uomini soli

Scritto il 16/04/2026
da Maria Cristina Bellelli

Si presenta come cuoca a domicilio, conquista la fiducia e droga il piatto: una cena qualunque che diventa un delitto silenzioso

La cena era pronta. Il profumo della pasta appena servita riempiva la stanza, un'atmosfera decisamente rassicurante. Una di quelle sere in cui ci si concede il lusso di non cucinare, di affidarsi a qualcun altro, magari per compagnia, magari per rompere la solitudine.

È successo a Venaria Reale, alle porte di Torino, nella sera di pochi giorni fa. La vittima è un uomo di 68 anni, solo in casa, che aveva accettato quell’invito diverso dal solito.

Lei si era presentata così: una chef a domicilio, dai modi gentili ma professionali, addirittura fragile. Diceva di avere problemi di salute, di vivere una condizione difficile. E forse è stato proprio questo a far abbassare ogni difesa.

Il contatto era nato online, su un sito di incontri. Qualche messaggio, poi la proposta: una cena preparata direttamente a casa, qualcosa di diverso, quasi elegante nella sua semplicità. Nessun sospetto. Solo la promessa di una serata normale, forse persino romantica.

E invece quella cena non era una cena.

Nel piatto, insieme agli ingredienti, c’era ben altro. Un'insidia invisibile e inodore. Benzodiazepine, sedativi potenti, sufficienti a narcotizzare in poco tempo. Bastano pochi minuti. Il tempo di qualche boccone, di una conversazione che si spegne, di una sensazione di stanchezza che diventa improvvisamente insostenibile. Poi il buio.

Quando il figlio lo trova, preoccupato perché non risponde al telefono, l’uomo è a terra, privo di sensi nella sua stessa casa. Viene trasportato d’urgenza in ospedale: si salverà, ma solo dopo ore di apprensione.

Attorno, il silenzio. Ma qualcosa non torna. I cassetti aperti, gli oggetti spariti, tutto ripulito con freddezza. Diecimila euro in contanti, carte di credito, documenti, un orologio prezioso. Non un furto improvvisato, ma un’azione precisa, quasi metodica.

E infatti non era un caso isolato.

Dietro quella figura apparentemente innocua si nascondeva un meccanismo più complesso. Un complice il compagno della donna pronto a intervenire, ad aiutarla e a coordinare ogni fase del colpo. Gli investigatori, coordinati dalla Procura di Ivrea, una volta ricostruita la dinamica grazie alle immagini delle telecamere e ai movimenti bancari, hanno trovato qualcosa che rende tutto ancora più inquietante: un elenco di possibili vittime. Nomi, contatti, obiettivi. Segno che quel gesto non era il primo, e forse non sarebbe stato l’ultimo.

Anche la fragilità mostrata era parte della messa in scena. La donna si fingeva invalida, parlava di una vita difficile, costruiva empatia. Ma le telecamere l’hanno ripresa mentre si muoveva senza alcun problema. Un ruolo studiato nei dettagli per entrare nelle case e nelle vite degli altri senza destare sospetti.

A incastrarli sono stati proprio quei dettagli: le incongruenze nei racconti, i movimenti ricostruiti passo dopo passo, le prove raccolte dai carabinieri. Nei giorni successivi, entrambi sono stati arrestati con l’accusa di rapina aggravata e somministrazione di sostanze stupefacenti.

Resta però qualcosa che va oltre la cronaca. Perché qui non è solo questione di denaro sottratto né di una rapina ben riuscita. Qui si tocca qualcosa di più profondo, quasi sacro. Il gesto del mangiare insieme è uno dei più antichi che abbiamo. Sedersi a tavola con qualcuno significa fidarsi, abbassare le difese, condividere uno spazio che è intimo per definizione. Per di più in casa.

E proprio lì, in quel momento, si è consumato il tradimento.

Non c’è stata violenza apparente, non ci sono state urla e neppure una porta forzata. Solo un piatto di pasta, una conversazione, e poi il nulla. È questo che rende la storia così disturbante. Perché trasforma qualcosa di quotidiano in qualcosa di pericoloso.

E allora viene da chiedersi dove finisca la normalità e dove inizi il rischio. Quanto siamo davvero al sicuro dentro le nostre case. E soprattutto se, dopo una storia del genere, riusciremo ancora a guardare una tavola apparecchiata con la stessa leggerezza di prima.