Negli anni Venti del Novecento la Turchia, ovvero quello che restava dell'antico Impero ottomano cercò di mettersi faticosamente al passo con la modernità. Era tutto cominciato, per la verità, già negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, quando la cosiddetta rivoluzione dei Giovani turchi aveva posto fine all'assolutismo di Abdulhamid II e, dopo le resistenze di quest'ultimo culminate con un tentato colpo di Stato autoritario, portato alla sua deposizione e sostituzione con il fratello, Mehmed V. Nel 1914, lo schierarsi contro la Triplice intesa e a fianco degli Imperi centrali aveva accelerato le convulsioni di quello che per tutto l'Ottocento era stato definito "il grande malato dell'Europa", provocandone infine la morte, fisica e cerebrale è il caso di dire. Non più impero, non più dinastie, ma una neonata repubblica amputata di territori, da subito preda di un conflitto sanguinoso con l'eterno nemico greco che solo l'impulso militar-kemalista aveva permesso di concludere vittoriosamente.
In breve si trattava ora di reinventare un Paese, utilizzando però tutto il materiale di risulta del crollo di quello precedente e così diverso e di cui facevano parte consolidate abitudini di servaggi e di corruzione, abulia amministrativa, eccessi di cariche onorifiche mantenutesi nei secoli e senza più alcuna funzione reale, un intricato sistema di crediti, debiti, eredità come risultato finale di una istituzione politica superiore che occupandosi di tutto lasciava al suddito un unico compito: non prendere mai un'iniziativa e limitarsi all'obbedienza.
È questo il quadro che emerge dal romanzo Gli sfaccendati, di Melih Cevdet Anday (Gramma Feltrinelli, pagg. 345, euro 20; traduzione di Nicola Verderame), amaro quanto grottesco ritratto di un Paese visto attraverso la decadenza di una famiglia e della sua dimora storica, il cui destino finale sarà l'essere rasa al suolo per dar vita a un condominio abitativo adatto alle esigenze della nuova piccola borghesia bisognosa di un tetto che vada di pari passo con la nuova Turchia che a fatica cerca di emergere. Nato nel 1915, morto nel 2002, Anday è stato un'importante figura di quella Turchia intellettuale che, per capirci meglio, anticipa e in qualche modo prepara la generazione dei Pamuk, per usarne il nome più conosciuto, quella cioè già alle prese con la modernizzazione e l'europeizzazione dei costumi e contemporaneamente però nostalgica di un Paese che non solo non aveva conosciuto, ma che era completamente agli antipodi di quello che nel tempo si era venuto costruendo.
Nel romanzo di Anday, tuttavia, di nostalgico c'è poco o niente, ma al suo posto il rassegnato quanto sarcastico stupore di un cambiamento epocale che se da un lato si presenta imprevedibile quanto imprescindibile, dall'altro non prova nessun sentimento di rivolta rispetto al cambiamento, ma nemmeno di ansia e/o accettazione. Gli sfaccendati che danno il titolo al libro sono coloro che non hanno un mondo interiore, si limitano a lasciarsi vivere, a vegetare, se si vuole, perché incapaci di ogni scelta, spaventati dalla stessa idea di dover scegliere e assumersi una qualsiasi responsabilità.
Si tratta di una compagine di tipi umani che nel romanzo Anday fa ruotare intorno alla villa di Erenkoy, fatta costruire dall'allora speziale di Abdulhamid II, Sukru Pascià, nell'intento di poter almeno una volta ospitare il suo imperiale datore di lavoro. Una villa a tre piani, con diciotto stanze in totale, un giardino con tanto di una ricca scuderia di cavalli da corsa, un esercito di cuochi e giardinieri, decorata con i mobili e gli intarsi più lussuosi e dove persino degli architetti italiani erano stati chiamati a reinventare e alleggerire lo stile ottomano. Inutile dire che l'imperatore non ci aveva mai messo piede e, una volta morto Sukru Pascià, la gestione della villa era finita nelle mani della figlia, Leman Hanim, unica rimasta in vita dell'antica dinastia e intorno alla quale si muove ora un vero e proprio nugolo di "sfaccendati".
C'è il nipote Muammer, con la sua laurea di avvocato mai usata e la moglie Ayla, mai amata e sposata più che altro per caso. C'è il genero di Leman Hanim, Galip Bey, ovvero il padre, non si sa se legittimo, di Muammer: la moglie lo tradì con un danzatore derviscio cieco da un occhio e morì subito dopo il parto, forse suicidandosi. C'è la figlia unica di Leman Hanim, Murside, che affoga nell'alcol la propria zitellagine, e Nesime, cugina di Galip Bey, che invece dell'amore è innamorata, nel senso che non può fare a meno di mariti e di amanti, ma in nessuno di loro trova mai pace e quindi è eternamente in fuga e in cerca di quello giusto...
C'è persino un parente acquisito, soprannominato "il piccolo Pascià" per la sua rassomiglianza con quello vero e defunto, e poi ancora donne di servizio, un cuoco, un marito che ha dilapidato interi patrimoni senza nemmeno ricordarsi come e perché; un vecchio amico rivoluzionario ai tempi dell'Impero, arrestato, esiliato e infine tornato in patria senza arte né parte...
Nessuno naturalmente lavora, perché la matriarca si occupa di mandare avanti con il pugno di ferro la casa e i suoi occupanti, come se il tempo dell'antica grandezza non fosse mai passato. Ma anche lei è vittima della stessa sindrome che affligge i parenti e gli ospiti della villa. Si limita a seguire il flusso della vita, non si preoccupa di sapere in che direzione scorrerà, perché comunque lo giudica eterno e sempre eguale. Così, la villa finirà pignorata e venduta all'asta per i debiti accumulatisi e di cui non ci si è mai interessati, e via via l'intera famiglia si sfascerà senza che nessuno si decida a reagire. In realtà nessuno degli "sfaccendati" ha una vita intima: sono il riflesso di un mondo scomparso e non sono capaci di crearne uno nuovo, o meglio, non sono assolutamente intenzionati a farlo.
Il caos temporalesco del presente li troverà alla fine convinti che si tratti di una eco ancora lontana e invece sta già bussando alle loro porte, con una tale violenza da scardinarle. Fra demenze senili, ictus, impulsi suicidi, deliri alcolici e deliri erotici ne saranno tutti travolti.