Cinque stelle e grillini si scannano. E rischiano di affossare la sanità sarda, in un terremoto amministrativo che sta letteralmente paralizzando la gestione delle Asl. Ma evidentemente la politica viene prima di tutto, dei pazienti di sicuro.
In sintesi: la presidente grillina Alessandra Todde ha commissariato le Asl e silurato i direttori generali della sanità con una legge giudicata incostituzionale dalla Consulta. I manager hanno presentato un ricorso straordinario al presidente della Repubblica per chiedere l’annullamento della procedura ma lei è andata avanti imperterrita. Cosa accadrà ora? Ovviamente arriveranno i ricorsi dei dirigenti licenziati che chiederanno risarcimento e reintegrazioni. Tanto che Fratelli d’Italia propone di «istituire in finanziaria un fondo ripara danni Todde in sanità: serviranno per il risarcimento danni ai manager».
La tensione è alta (anche) con il Pd, che già ai tempi dei commissariamenti aveva chiesto ai suoi assessori di non partecipare alla seduta di nomina, prevedendo possibili problemi di legittimità. Gli intoppi politici generano intoppi reali. E a farne le spese sono i cittadini che hanno bisogno di cure. Anzi, i tempi si allungheranno ulteriormente se la Corte dei Conti dovesse intervenire sul denaro pubblico sprecato per questa operazione (illegittima) di restyling.
Quando lorsignori avranno risolto i valzer politici, forse sarà il caso di occuparsi di liste d’attesa e offerta sanitaria. Perché le cose non vanno benissimo.
In base all’analisi della Corte dei Conti sull’ultima parte della legislatura del precedente governatore Christian Solinas, la Sardegna non risulta tra le regioni in rosso, ha riappianato i buchi di bilancio, «ma presenta una situazione finanziaria complessa, caratterizzata da disavanzi nella gestione ordinaria».
I livelli essenziali di assistenza sono migliorati ma c’è un ritardo sulla spesa, sugli investimenti e sull’avanzamento del Pnrr. A fotografare i problemi dell’isola è Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari nazionali. Nel rapporto sull’ultimo anno, l’agenzia ministeriale descrive «un sistema sanitario regionale che, più che presentare un’unica identità, appare come un mosaico di prestazioni diseguali, dove il luogo di residenza può determinare le possibilità di cura, soprattutto nelle situazioni più gravi e tempo– dipendenti, per esempio in caso di infarto e ictus: in questi casi la rapidità della risposta sanitaria decide la sopravvivenza e la qualità della vita del paziente ». In altre parole, non tutte le aree dell’isola garantiscono lo stesso accesso tempestivo alle cure.
Particolarmente allarmante è il dato sull’angioplastica coronarica e le procedure contro l’infarto miocardico, la procedura salvavita che deve essere eseguita entro 90 minuti dall’arrivo del paziente in ospedale.
Agenas sottolinea che la quasi totalità delle strutture sarde non raggiunge la soglia del 60% prevista dal decreto ministeriale 70/2015: una percentuale che, nel resto del Paese, molte regioni superano con ampia sicurezza.
Che i nuovi manager (o i vecchi che torneranno al loro posto) ripartano da qui. Perchè da gestire con ci sono solo i sardi ma l’immenso popolo dei turisti.

