Non pagare l'Imu per una prima casa, vale a dire quella che risulta sia residenza anagrafica che dimora abituale, è un diritto riconosciuto ai proprietari di immobili che non rientrino nelle categorie catastali A/1 (signorili), A/8 (ville) e A/9 (castelli e palazzi di pregio). Non è tuttavia sufficiente dichiarare di risiedere nell'abitazione oggetto di esenzione, ma ciò deve essere documentabile anche attraverso una verifica dei controlli dei consumi di luce, gas e acqua.
Dinanzi a numeri troppo bassi, il Comune può a ragion veduta sospettare che si tratti di un'occupazione saltuaria e chiedere al cittadino di pagare la tassa, come riconosciuto anche dalla Cassazione. L'amministrazione locale ha quindi tutto il diritto di sbirciare le bollette dei residenti, alla ricerca di furbetti che spacciano un immobile in cui non dimorano abitualmente come prima casa proprio per evitare di versare l'Imu.
Nel caso in cui i dati derivanti da un'analisi dei contatori segnalino delle anomalie, possono esserci delle immediate conseguenze. L'energia elettrica è il principale indicatore monitorato: consumi azzerati o eccessivamente bassi dimostrano un'occupazione non continua, e altrettanto può accadere per le bollette di acqua e gas. Qualora scatti l'accertamento, quindi, i consumi vengono confrontati con i parametri medi Istat per comprendere se il contatore sia compatibile con una presenza fissa o solamente saltuaria: nel secondo caso, il Comune può revocare l'agevolazione ed esigere anche il pagamento dell'Imu arretrata, oltre che applicare sanzioni e interessi.
Gli uffici tributari municipali hanno il diritto di accedere liberamente alle banche dati dei fornitori di servizi, potendo così avviare verifiche sistematiche su tutte le utenze attive nel proprio territorio. Questo monitoraggio incrociato rappresenta uno strumento chiave per individuare le false prime case, spesso registrate al solo scopo di evadere il pagamento dell'imposta, e i consumi bassi o nulli sono il primo campanello d'allarme.
Posto che secondo gli Ermellini spetta all'amministrazione locale eventualmente l'onere della prova in casi del genere, di recente la Cassazione si è espressa sulla situazione di una prima casa sospetta in un Comune toscano nella quale vivevano il proprietario e la madre. I consumi d'acqua irrisori per due persone adulte, emersi chiaramente dopo un'analisi incrociata con le medie Istat, hanno portato la Suprema Corte a dare ragione all'Ente locale: l'immobile è stato riconosciuto come una "seconda casa" e in quanto tale assoggettabile al pagamento dell'Imu, con tanto di recupero delle imposte arretrate e degli interessi e delle sanzioni previste.

