Un'altra nave da guerra americana è arrivata in Medioriente, in funzione anti-Iran, portando a quota 10 le corazzate che compongono "l'imponente Armada", la flotta che Donald Trump sostiene essere "pronta e in grado di compiere la sua missione, con rapidità e violenza se necessario, come con il Venezuela". Tutto è pronto per il minacciato attacco militare degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica. Compresa l'annunciata risposta di Teheran. Il capo dell'Esercito iraniano, il generale Amir Hatami, ha annunciato che i reggimenti di combattimento sono stati dotati di "1.000 droni strategici" e che le basi militari statunitensi nella regione o una portaerei potrebbero essere prese di mira immediatamente. La Repubblica islamica è tornata anche a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, dal quale passa il 20% del petrolio e il 25% del gas liquefatto globali, ma che - se chiuso davvero - bloccherebbe le forniture alla Cina, ragione per cui la misura non è mai stata attuata. Teheran ha inoltre avvisato che per domenica e lunedì ha in programma un'esercitazione militare nello Stretto, in cui si sparerà davvero. Il sindaco di Teheran, Alireza Zakani, si prepara al peggio e ha fatto sapere che le stazioni della metropolitana nella capitale e i parcheggi sotterranei saranno trasformati in "rifugi di guerra", dove la popolazione potrà trovare riparo in caso di conflitto.
La tensione è alle stelle dopo l'ultimatum del presidente americano a Teheran, nonostante si lavori a livello diplomatico per la de-escalation. "L'Iran ha tutte le opzioni per chiudere un'intesa o attueremo le aspettative di Trump", ha ribadito ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth. Funzionari israeliani e sauditi, questi ultimi molto preoccupati per il rischio di un nuovo conflitto nella regione, saranno a Washington per colloqui.
L'intesa che il tycoon ha in mente non può prescindere da una condizione: che l'Iran accetti di non possedere "nessuna arma atomica". Tre le sottocondizioni, secondo fonti Usa ed europee al Nyt ci sono lo stop permanente all'arricchimento dell'uranio, limiti alla gittata e al numero di missili balistici e stop all'appoggio a milizie come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Se così non fosse, un'azione militare americana sarebbe alle porte, con vari scenari possibili, dal caos dopo la caduta del regime al suo ammorbidimento (come in Venezuela), dalla nascita di una democrazia fino alla creazione di un governo militare di Pasdaran, le Guardie della rivoluzione inserite ieri anche dalla Ue nella lista dei terroristi.
La risposta iraniana potrebbe prendere di mira le forze statunitensi nell'area e i Paesi vicini, colpire navi da guerra, anche tramite mine nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz, e potrebbe infliggere duri colpi a Washington (oltre che a Israele) visto che l'Iran, secondo analisti interpellati dal Wsj, mantiene una capacità militare sufficiente a infliggere danni significativi. L'opzione più quotata per la Bbc è il crollo del regime, con conseguente insediamento di una giunta militare. E il regime change sarebbe la scelta preferita di Trump, secondo una fonte statunitense a Reuters. Per arrivarci, il presidente intende colpire comandanti e istituzioni iraniane responsabili della repressione (circa 40mila morti), in modo da dare ai manifestanti sostegno per invadere edifici governativi e di sicurezza. Non a caso, riferisce il Nyt, funzionari iraniani avrebbero chiesto aiuto ai diplomatici di Arabia Saudita, Qatar ed Egitto per scongiurare l'attacco. Tutto ciò mentre la violenza non si ferma in Iran e colpisce anche i medici che hanno curato chi protestava. Uno di loro rischia l'impiccagione. Dalla Russia, Vladimir Putin spiega di "monitorare la situazione", mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sarà oggi ad Ankara per incontrare l'omologo Hakan Fidan. La Turchia torna a ergersi a mediatrice.

