Zone di influenza, Donbass e difesa Usa. La tela di Donald per convincere lo Zar

Scritto il 30/01/2026
da Gian Micalessin

Prima tregua: forse il prologo di una trattativa più ampia

L’hanno battezzata tregua del gelo. E a sentire Donald Trump, il primo e l’unico fin qui a parlarne in maniera ufficiale, sarebbe stata strappata a Vladimir Putin da lui stesso nel corso di una telefonata. Ma una guerra lunga quattro anni, con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti, non si ferma con quattro chiacchiere al cellulare. Il sì di Putin - non ancora confermato dal Cremlino nasconde probabilmente una tela molto più complessa. Una tela intessuta dalla Casa Bianca e dai suoi mediatori durante l’incontro di una settimana fa a Washington tra Trump e Volodymyr Zelensky e poi ad Abu Dhabi durante le trattative dirette tra negoziatori russi e ucraini di quattro giorni fa. Un’ipotesi avvallata dalle voci sulla tregua diffusesi già in mattinata. Voci diffusesi con singolare sincronia sia a Kiev che a Mosca.
Il primo a parlarne sul fronte ucraino è Kostianty Nemichev comandante e fondatore di Kraken, le forze speciali di quel battaglione Azov composto in gran parte da militanti dell’estrema destra. Nemichev, passato nel frattempo all’intelligence militare, già all’alba di ieri dava per scontata l’interruzione degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche di Kiev. «Arrivano informazioni - scriveva - secondo cui oggi, a partire dalle 7 del mattino le Forze Armate della Federazione Russa applicheranno il divieto di colpire qualsiasi obiettivo a Kiev e dintorni risparmiando quelli infrastrutturale su tutto il territorio dell’Ucraina.

Nei prossimi giorni la dinamica degli attacchi (o la loro assenza) ci farà capire se questo corrisponda al vero». Poco dopo, le stesse indiscrezioni dilagano anche sul fronte russo. Ad alimentarle sono i blogger di Telegram più vicini ai comandi militari di Mosca. Alcuni pubblicano persino il testo ufficiale del presunto ordine del Cremlino. «Va esclusa - sottolinea il testo - la distruzione di obiettivi all’interno della città di Kiev e della regione di Kiev, nonché di obiettivi dell’infrastruttura energetica (sottostazioni elettriche, centrali termoelettriche, centrali idroelettriche, depositi di gas, depositi di petrolio e depositi di carburante) su tutto il territorio dell’Ucraina dal 28 gennaio 2026 fino a nuove istruzioni». Quell’ordine secondo alcune fonti russe è il prologo di una trattativa molto più complessa avviata dagli americani per convincere Zelensky ad abbandonare i territori del Donetsk ancora sotto il suo controllo. Ma in cambio di cosa? Non certo di un’entrata nella Nato o di una presenza militare occidentale sui territori di Kiev considerate inaccettabili da Vladimir Putin. Alcune fonti parlano di un’intesa con cui la Russia si impegnerebbe a non attaccare l’Ucraina e l’America a difenderla. Il tutto nell’ambito di un accordo sulle zone d’influenza di Mosca e sulla fine delle sanzioni.

Una cosa è certa: la tregua, se confermata, sarà la prima dall’inizio della guerra. Anche perché fin qui Mosca aveva sempre detto di esser disposta a far tacere le armi solo in cambio di un accordo di pace definitivo. Ci siamo vicini? Nessuno lo sa, ma il solo parlarne diffonde un bagliore di speranza nel tetro grigiore della guerra.