Elly: "Vinceremo noi". Ma sarà lei a rischiare

Scritto il 30/01/2026
da Augusto Minzolini

La corrente della segretaria ammette: "Il voto sui quesiti è il vero congresso"

Nel palazzo Montecitorio semideserto del giovedì pomeriggio Marco Furfaro, il più puro schleiniano tra i membri della segreteria del Pd, descrive la scommessa di Elly che ha deciso di giocarsi molto se non tutto sulla vittoria del «No» al referendum. «Se vinciamo - spiega Furfaro - la segretaria si legittima. Il voto per noi equivale ad un congresso. Poi si terrà pure quello statutario visto che Elly andrà a scadenza ma servirà solo per lanciare la campagna delle politiche».

Due passi e su un divano trovi Nico Stumpo, uno dei membri del «correntone», accademico dei giochi che regolano la vita del Pd. Con lui il discorso si fa ancora più netto. «Per noi il referendum dopo che Elly lo ha sposato fino in fondo - ragiona - si trasforma nel vero congresso: la vittoria del No marcherà la leadership della Schlein e la sua linea politica. Ha fatto bene a rompere gli indugi perché se non lo avesse fatto il probabile successo lo avrebbe rivendicato Conte».

Più in là Gianni Cuperlo, altro schleniano di razza, arriva dritto alla stessa conclusione: «È chiaro che se vince il No Elly si rafforza e il congresso è fatto». «Il referendum come un congresso - gli fa eco Matteo Orfini - e se si vince la Schlein sarà il nome del Pd per Palazzo Chigi».

Il dado è tratto. Nella direzione della prossima settimana la segretaria mobiliterà tutto il partito. Finora si era tenuta distante dalla campagna ma all'indomani di sondaggi che segnano una ripresa del «No», sicuri che l'effetto Trump sull'elettorato nostrano darà una mano («era l'avversario di cui avevamo bisogno», ridacchia il vicesegretario Provenzano), la Schlein ha deciso di entrare in campo per una serie di ragioni disarmanti nella loro semplicità. Le ha spiegate al suo «inner circle»: la campagna referendaria diventerà sempre più politica; se si perde in ogni caso mi metteranno in conto la sconfitta, quindi, tanto vale giocarsela; inoltre se non occupo quello spazio in caso di vittoria del «No» Conte si prenderebbe tutto il merito trasformandola nel trampolino di lancio per imporre la sua leadership nel «campo largo».

Un ragionamento che non fa una piega ma che comporta non pochi rischi: il referendum, infatti, puoi anche perderlo e se lo consideri un congresso in caso di sconfitta devi aggiornare la linea politica, non puoi più continuare nella competizione con i 5stelle su chi è più radicale, deve tenere più conto delle istanze riformiste e magari cambiare pure la leadership.

È il rovescio della medaglia. Ora tutti diranno che non è così, in ossequio all'unità del partito che deve essere garantita di fronte ad una prova difficile, ma è una conseguenza logica, spietata nella sua linearità: non puoi perseverare in una politica perdente. Il referendum si sta politicizzando - ammette il riformista Filippo Sensi - per cui avrà effetti politici sia se si afferma il No, sia se si afferma il Si. È fatale. Poi naturalmente c'è chi usa argomenti per evitare che il risultato referendario si trasformi in un giudizio di Dio su Elly dentro il partito. «Nessuno in ogni caso potrebbe lanciare la prima pietra contro la Schlein- mette le mani avanti Federico Fornaro - visto che nessuno nei gruppi parlamentari si è schierato per il Sì a parte la Picerno in Europa. La «sinistra per il Sì? È solo un gruppo di pensionati».

Come in ogni congresso, o «pseudo» o «para» congresso che si rispetti, l'aria si surriscalda. Meglio sentire, quindi, i ragionamenti pacati di Alessandro Alfieri (foto), riformista rimasto alla corte della segretaria. «Elly - racconta - avrebbe dovuto schierarsi prima. Era chiaro che il congresso si sarebbe politicizzato e il partito andava mobilitato. E anche se in termini assoluti il Sì nel paese è più forte, il nostro elettorato per diverse ragioni è più motivato. Certo una vittoria del no confermerebbe una linea radicale nel partito anche se un conto è parlare al tuo elettorato identitario, un altro raggiungere l'Italia profonda. In più c'è un paradosso: riformisti dovranno lavorare per una vittoria del No che nel partito li penalizza. Ma non possono fare altrimenti. Semmai dopo dovremo lavorare insieme per dare degli aggiustamenti alla linea ed evitare che una vittoria al referendum si trasformi in un miraggio per le politiche».

Sono i cortocircuiti del politica: Goffredo Bettini convinto delle ragioni del «Si» vota «No» perché si tratta di un referendum contro il governo; i riformisti del Pd dovranno mobilitarsi sapendo che in un referendum trasformato in un congresso la vittoria del «No» li penalizzerà dentro il partito. Basti pensare alla sofferenza di Graziano Delrio. Non tutti però pensano che finirà così. «Qui sono tutti vittime di un effetto ottico - osserva uno degli esponenti dell'arcipelago riformista -: l'Ipsos dà ancora il sì al 56% e il no al 46. Se finisse così il referendum sarebbe un davvero un congresso e finalmente il Pd sarebbe costretto a darsi una linea vincente e un candidato competitivo». Attenta Elly.