C'è una parola che ruota attorno al caso di Giovanni Buini, imprenditore che ai tempi della pandemia si è tirato indietro dalla «partita» delle mascherine. E quella parola è «ritorsioni». È sempre l'onorevole Alice Buonguerrieri, la meloniana che ieri ha chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di riferire sul caso, a porre il tema. Si parte dalla revoca di un ordine per «sopravvenute mutate esigenze della struttura commissariale» e si arriva persino a un'ispezione dei Nas e della Guardia di Finanza. Uno schema che, in via del tutto ipotetica, potrebbe far sospettare un insieme di ritorsioni, appunto.
Del resto quanto esposto da Buini durante l'audizione in commissione è chiaro. All'imprenditore, la struttura commissariale capitanata da Domenico Arcuri, ha anche chiesto il ritiro di 500 mila mascherine già consegnate. Una scelta anomala che ha azzerato una fornitura già avviata. E che è avvenuta dopo la rottura dei rapporti formali con il duo vicino a Conte, Gianluca Esposito e Luca Di Donna. Poi il blocco della vendita di mascherine dall'imprenditore italiano a Federfarma. Episodi che, nel tempo, si sono sommati. L'imprenditore umbro sarebbe stato isolato a livello commerciale e istituzionale. E il «danno», come specificato dallo stesso Buini in audizione, sarebbe stato «ingente». Un effetto diretto della cancellazione degli ordini, del ritiro della merce e, soprattutto, dall'esclusione dal circuito pubblico. Fdi è convinta ci sia una correlazione tra la fuga di Buini dal contratto con il duo contiano e quanto poi subito a livello professionale.

