La lezione della Danimarca. La ricetta "colpire i ricchi" boomerang per chi la propone

Scritto il 01/06/2026
da Marcello Zacché

Appena incassata la sconfitta, per lei inattesa, di Venezia, Elly Schlein ha pensato bene di rispolverare un evergreen della sinistra massimalista: la patrimoniale. Sulla tassazione dei grandi patrimoni «non è detto che non si possa intervenire anche a livello nazionale», ha detto intervistata su Nove la sera di sabato 30 maggio, aggiungendo che la questione è già sul tavolo, «ma dev'essere affrontata con gli altri alleati». Ben sapendo che piace ad Avs, mica tanto ai 5Stelle. Certo, quello che colpisce è che sia il segretario del Pd, il principale partito del presunto campo largo, a sollevare una questione che, oltre a non aver mai entusiasmato gli elettori, soprattutto i moderati, non porta mai bene a chi la propone. Eppure Schlein, ultimamente molto attiva negli incontri della sinistra internazionale, conosce sicuramente il caso Danimarca, uno tra i pochi Paesi europei a guida socialdemocratica che, proprio sulla patrimoniale, è andato a sbattere.

La premier Mette Frederiksen, sull'onda della questione Groenlandia, la terra danese che Donald Trump vorrebbe annettere agli Usa, nel febbraio scorso ha giocato la carta delle elezioni anticipate. E nel programma di governo ha proposto una tassa dello 0,5% sui patrimoni superiori a 25 milioni di corone (3,3 milioni di euro), destinata a finanziare classi più piccole nelle scuole primarie, con un gettito di circa 800 milioni di euro (a carico di meno dell'1% dei danesi). L'idea era quella di guadagnare voti per spostare a sinistra la coalizione che fino a ieri contava anche sui voti di liberali e moderati. Ma il risultato è stato l'opposto: il 24 marzo scorso i Socialdemocratici sono rimasti primo partito, ma hanno ottenuto il 21,9% dei voti dal 27,5% del 2022, il peggior risultato dal 1903, con il blocco di centro-sinistra che si è fermato a 84 seggi su 179 totali, quindi senza la maggioranza. Per governare servono almeno i Moderati, il cui leader ha però posto il veto sulla patrimoniale già nella notte elettorale. Da allora sono già passati due mesi - record per il Paese scandinavo - senza che Frederiksen sia ancora riuscita a formare il governo. E il primo maggio scorso, proprio nel discorso per la festa dei lavoratori, la premier incaricata ha definitivamente seppellito la proposta di patrimoniale. Che quindi non solo ha fatto perdere seggi e potere contrattuale ai socialdemocratici, ma si è pure rivelata un insormontabile ostacolo per la formazione del governo.

Per la sinistra italiana, alla ricerca di un programma e magari anche qualche voto, sembrava una bella lezione. E poi attuale. C'è del marcio in Danimarca, ma ora che lo sappiamo ci staremo attenti: è l'ennesima dimostrazione che dalla patrimoniale è meglio stare alla larga, se si ambisce a governare. Invece niente. A meno che il gioco non sia proprio quello della coazione a ripetere sempre gli stessi errori. Perché in fin dei conti, di fronte a un nuovo scenario di inflazione, bassa crescita e tassi d'interesse in aumento, se la ricetta è quella di una tassa patrimoniale, meglio stare all'opposizione.