In questi ultimi mesi Rino Gattuso ha ripassato tutti i passaggi sbagliati conosciuti dall'Italia di Spalletti durante l'europeo disastroso di qualche anno fa. Ha evitato di martellare gli azzurri, incontrati solo a cena, con filmati o noiose riunioni teoriche; non è tentato dall'idea di cambiare sistema di gioco in corso d'opera come accadde in quella disgraziata missione ed è pronto a non lasciarsi condizionare da amicizie personali (il bolognese Cambiaghi preferito a Daniel Maldini dopo il ritorno a casa di Chiesa) pur di centrare la qualificazione mondiale che in queste ore ha assunto il senso di un vero referendum sullo stato di salute del calcio italiano. A nessuno può infatti sfuggire il rischio di una eventuale terza, clamorosa e storica eliminazione: significherebbe aprire una voragine sotto il pavimento dell'attuale movimento. Ignorando persino il ridotto tempo avuto a disposizione per preparare l'appuntamento decisivo di giovedì sera a Bergamo, ed eventualmente quello successivo. Lo sanno tutti: non sarà una giustificazione sufficiente. Il ct, consapevole della missione disperata che gli fu proposta dopo il naufragio in Norvegia, in queste ore deve fare i conti con un altro problema. Forse il più complicato da risolvere. Questo snodo del torneo gli ha voltato le spalle restituendogli la prima della classe, l'Inter, alle prese con una evidente flessione di rendimento. Bastoni è ammaccato, Dimarco censurato persino dal suo mentore Beppe Bergomi ("cammina, non corre"), Barella reduce da qualche giocata superficiale a Firenze. Se tre pilastri della Nazionale cominciano a tradire qualche scricchiolio, allora c'è da temere il peggio. Non c'è nemmeno il tempo per recuperare preziose energie, ricaricare le batterie. A colmare la lacuna può provvedere solo lo spirito migliore dell'italiano medio messo all'angolo dal destino. E magari un pizzico di talento calcistico.

