In fiamme un edificio governativo a Mashhad, la seconda città più grande dell'Iran, che ha dato i natali alla Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khameini, capo di Stato costretto a sopportare le immagini dei manifestanti immortalati mentre strappano la bandiera della Repubblica islamica. A fuoco anche ritratti e statue di Qassem Soleimani, il braccio destro delle Guardie della Rivoluzione islamista, ucciso con un drone americano nel 2020. Le proteste si intensificano in Iran, dove la folla marcia ormai da 13 giorni in oltre 170 città, Teheran inclusa. I simboli del regime finiscono sotto attacco dei manifestanti, che a loro volta periscono sotto la violenza e il fuoco delle forze di sicurezza. La lista delle vittime accertate si allunga e supera quota 51, tra cui 9 minori. Gli arresti sono almeno 2000 secondo Iran Human Rights. Ma è certamente un bilancio parziale quello della seconda settimana di rabbia in Iran, un'ira deflagrata per quel mix esplosivo di mancanza di pane e diritti, ora che la crisi economica e l'inflazione mordono come mai prima.
Il Paese brucia, il regime trema e tenta di oscurare la repressione, che la Nobel per la Pace Shirin Ebadi teme si trasformi nell'ennesimo massacro, mentre Londra, Berlino e Parigi condannano le uccisioni. Non a caso dura da oltre 24 ore il blocco a Internet, quel bavaglio imposto per togliere agli iraniani la loro unica finestra sul mondo, la voce e l'arma per denunciare la brutalità di un sistema che dell'islamismo ha fatto la sua ragion di Stato. Beffando i connazionali, a cui impedisce di connettersi al web, la Guida Suprema Khameini posta su X - dove il suo account resta attivo - il discorso alla nazione pronunciato ieri e trasmesso dalla tv di Stato, in cui attacca i rivoltosi definendoli "vandali" e "sabotatori" "che vogliono compiacere il presidente di un altro Paese", quel Donald Trump che ha promesso di intervenire se i manifestanti saranno colpiti e definito un "arrogante" dall'ayatollah, con "le mani sporche di sangue" e che "sarà rovesciato".
Sono segnali della paura del regime, proprio ora che il nuovo risiko internazionale minaccia questa dittatura feroce come non era mai avvenuto prima, nemmeno durante le ultime proteste del 2022 represse nel sangue dopo il movimento "Donne, Vita, Libertà" nato in seguito all'uccisione di Mahsa Amini, uccisa per una ciocca di capelli fuori posto. "Tutti i tiranni sono caduti quando erano all'apice del potere", spiega Khamenei, mentre si moltiplicano le voci di una sua possibile fuga a Mosca, come nel caso del tiranno siriano Bashar al Assad, fuggito in Russia sotto l'ombrello dell'amico Putin. L'ayatollah garantisce che il Paese "non cederà", mentre il figlio dello scià, Reza Pahlavi, simbolo dell'epoca pre-islamica, dall'estero mobilita la piazza e chiede a Trump di intervenire. Ora anche gli Stati Uniti, che sulla fine della dittatura si erano finora mostrati cauti, cominciano a credere nella forza delle proteste.
"Il regime è a un passo dalla fine", spiega al Giornale Ghazal Afshar, portavoce dell'Associazione Giovani Iraniani in Italia, il cui padre nell'88 fu fucilato e gettato in una fosse comune nella tragica estate in cui la dittatura islamica mandò a morte oltre 30mila prigionieri politici. "Questa rivolta è diversa perché la popolazione non ha più nulla da perdere - aggiunge Afshar - La gente non ha più da mangiare, non a caso le proteste aumentano invece che diminuire. La popolazione non ha intenzione di farsi spaventare dai proiettili e dalla propaganda".

