Un appello diretto alla mobilitazione totale contro la Repubblica Islamica. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha diffuso questa mattina un videomessaggio online in cui invita i cittadini iraniani a dar vita a uno sciopero generale nazionale e a una presenza prolungata e organizzata nelle piazze del Paese.
Secondo quanto riferito dall’emittente pubblica israeliana Kan, Pahlavi ha esortato in particolare i lavoratori dei settori strategici – trasporti, petrolio, gas ed energia – a “interrompere i canali finanziari” del regime, colpendone quello che ha definito un “meccanismo di repressione logoro e fragile”.
هممیهنان عزیزم،
— Reza Pahlavi (@PahlaviReza) January 10, 2026
شما با شجاعت و ایستادگی خود، تحسین جهانیان را برانگیختهاید. حضور دگرباره و پرشکوهتان در خیابانهای سراسر ایران در شامگاه جمعه، پاسخی دندانشکن به تهدیدهای رهبر خائن و جنایتکار جمهوری اسلامی بود. یقین دارم که او این تصاویر را از مخفیگاهش دیده و از وحشت لرزیده… pic.twitter.com/MaQDiwkXRL
“Non basta più scendere in strada – ha dichiarato –. Dobbiamo prepararci a occupare e difendere i centri cittadini”. L’ex principe ha chiesto manifestazioni a partire dalle 18 di oggi e domani, con bandiere e simboli nazionali, invitando i manifestanti a convergere verso le zone centrali delle città da percorsi diversi, così da unire i cortei e rafforzare la pressione sulle autorità.
Nel messaggio, Pahlavi ha anche sollecitato i cittadini a prepararsi a una mobilitazione di lunga durata, raccomandando di fare scorta di provviste per sostenere una permanenza prolungata nelle strade. Un passaggio particolarmente significativo è stato rivolto alle forze di sicurezza e armate che, secondo l’oppositore, avrebbero già aderito alla protesta: “Rallentate e disgregate ancora di più la macchina dell’oppressione, così che nel giorno promesso potremo disattivarla completamente”.
Infine, Pahlavi ha ribadito la propria disponibilità a rientrare nel Paese: “Mi preparo a tornare in patria per essere al vostro fianco quando la nostra rivoluzione nazionale trionferà. Credo che quel giorno sia molto vicino”. Un messaggio che rilancia il ruolo simbolico dell’erede della dinastia Pahlavi nel contesto delle proteste che continuano a scuotere l’Iran, attirando l’attenzione e l’ammirazione di una parte della comunità internazionale.
Ieri, mentre le proteste si allargavano a macchia d'olio nel Paese, in un altro messaggio social si è rivolto direttamente al presidente degli Stati Uniti Donald Trump con un appello definito urgente e immediato, chiedendo attenzione, sostegno e un’azione concreta a favore dei manifestanti iraniani. Ha ricordato che la sera precedente milioni di iraniani avevano sfidato nelle strade il fuoco vivo delle forze di sicurezza e che, il giorno successivo, si trovavano ad affrontare non solo la repressione armata ma anche un blackout totale delle comunicazioni, con l’interruzione di Internet e delle linee telefoniche fisse.
Ali Khamenei, temendo la fine del proprio regime sotto la pressione popolare e incoraggiato dalle promesse di sostegno internazionale ai manifestanti, avrebbe minacciato una repressione brutale. Il blackout, sempre secondo il messaggio, verrebbe utilizzato proprio per colpire i giovani manifestanti lontano dagli occhi del mondo.
Pahlavi ha spiegato di aver invitato i cittadini a scendere in piazza per difendere la propria libertà e per sopraffare le forze di sicurezza con la forza dei numeri, sottolineando che la notte precedente questo obiettivo era stato raggiunto. Ha aggiunto che anche la presa di posizione del presidente americano avrebbe contribuito a contenere l’azione delle milizie del regime, ma ha avvertito che il fattore tempo era cruciale, poiché nuove manifestazioni erano previste di lì a poco.
È intanto salito a 65 morti e 2.311 arrestati il bilancio delle proteste iniziate lo scorso 28 dicembre. Lo riferisce Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Usa, le cui cifre si sono rivelate accurate anche in precedenti round di violenze durante proteste nel Paese. Hrana aggiunge che sono state registrate manifestazioni in 512 località di 180 città, in 31 province. Sarebbero, invece, almeno 217 i morti registrati in solo 6 ospedali di Teheran tra i manifestanti, la maggior parte giovani e "per proiettili veri". È quanto riferisce un medico di Teheran alla rivista Time. Il dato si riferisce a giovedì sera e, secondo la fonte, venerdì le autorità avrebbero rimosso i corpi dagli ospedali. Time sostiene che la discrepanza potrebbe essere spiegata da standard di segnalazione diversi.

